Ricetta tradizionale dello scorfano in umido: la procedura passo dopo passo

Mi ricordo ancora il profumo che saliva dalla cucina di nonna Maria durante la festa del pesce di Camogli, quando ancora non sapevo nemmeno dove si trovasse lo scorfano nel banco del mercato. Era una domenica di giugno, il sole batteva sui caruggi della Riviera, e lei, con le mani sapienti di chi ha passato una vita intera a cucinare il mare, preparava quella che sarebbe diventata la mia ricetta prediletta. Lo scorfano in umido non è soltanto un piatto, è una storia che i pescatori liguri raccontano da generazioni, un dialogo silenzioso tra il mare e la cucina, tra la fatica della pesca e la gratitudine di chi sa trasformare il pescato in qualcosa di straordinario.
Da allora ho passato anni a inseguire quella ricetta, partecipando alle feste del pesce con la mia famiglia, ascoltando le donne di mare raccontare i loro segreti, imparando a riconoscere quando lo scorfano è davvero fresco, come deve essere rosso il suo corpo, come i suoi occhi devono brillare ancora. Non è una ricetta complicata, ma richiede rispetto per l'ingrediente principale e una pazienza che non ha fretta. È il tipo di cucina che insegna a chi la pratica che la vera ricchezza sta nei gesti semplici, ripetuti con consapevolezza.
La scelta del pesce e la preparazione iniziale
Tutto comincia dal mercato, dal dialogo con il pescivendolo. Lo scorfano deve essere freschissimo, possibilmente ancora rigido, con le branchie di un bel rosso intenso e la carne che non cede alla pressione del dito. Non è un pesce nobile come il branzino o l'orata, ma è proprio in questa sua semplicità che risiede la bellezza. Ha una carne bianca, delicata, sapida di sale marino, perfetta per l'umido perché assorbe i condimenti senza disfarsi.
Per una buona ricetta ho sempre iniziato con tre scorfani medi, dai seicento grammi ai novecento ciascuno. Li faccio pulire dal pescivendolo, o lo faccio io stesso se ho tempo, eliminando le interiora con delicatezza e sciacquandoli bene sotto acqua fredda corrente. Non devo togliere le squame in modo aggressivo; mi piace lasciarle, perché proteggono la carne durante la cottura e contribuiscono a mantenere il pesce integro. Asciugo con carta da cucina, massaggiando leggermente: questa operazione è fondamentale perché l'umido abbia il giusto equilibrio tra vapore e concentrazione di sapori.
Gli ingredienti del condimento: una sinfonia di sapori
L'umido è il metodo di cottura che più di ogni altro racconta l'identità della cucina ligure. Non è una braise alla francese, né un brodetto all'abruzzese: è qualcosa di più asciutto, dove il pesce cuoce nei propri succhi mescolati a un soffritto sobrio ma intenso. Per questo prendo un soffritto classico: cipolla, sedano e carota, tritati finemente. Non uso dosi precise perché dipende dalla grandezza del vaso e dalle mie necessità, ma circa una cipolla media, uno stelo di sedano e mezza carota. Li doro in olio extravergine di oliva ligure, quello che sa di erba e di sole, per tre, quattro minuti, finché il profumo non comincia a solleticare le narici.
Qui entra in gioco il vino bianco, elemento che dona acidità e complessità al brodo di cottura. Uso un Verdicchio o un Vermentino, vini bianchi secchi della zona, e ne verso un bicchiere abbondante. Lascio evaporare l'alcol per circa due minuti, mescolando con un cucchiaio di legno. Poi aggiungo pomodori pelati, circa duecento grammi, che frantuo leggermente con le mani. Qualcuno usa il concentrato, ma io preferisco il sapore più naturale del pomodoro intero. Una manciata di olive taggiasche denocciolate, un pizzico di pepe nero macinato fresco, e il sale solo alla fine, quando tasterò il brodo.
La cottura: pazienza e amore per il dettaglio
Adagio gli scorfani nel vaso, sistemandoli delicatamente nel soffritto, con la pancia rivolta verso il basso. Copro con un coperchio, abbasso la fiamma a media, e lascio cuocere per circa venti minuti. Il segreto è non mescolare violentemente: ogni tanto, con un gesto dolce, basto il pesce con il suo stesso brodo usando un cucchiaio. Voglio che il calore sia uniforme, che il pesce cuocia nel vapore e nel condimento contemporaneamente, non che si cuocia violentemente.
Mentre aspetto, mi lascio andare ai ricordi. Penso alle donne di mare che ho incontrato alle feste del pesce, donne che avevano passato intere giornate a ripulire tonnare e reti, che sapevano leggere il mare dal colore dell'acqua, che cucinavano al ritorno dei loro mariti con ingredienti poveri ma nobili. Per loro, il pesce in umido era economia e sapienza culinaria insieme. Era il modo di dire al pesce: ti onoriamo, non sprechiamo nulla, trasformiamo quello che il mare ci offre in qualcosa che può nutrire e consolare un'intera famiglia.
Quando il tempo è scaduto, tolgo il coperchio. Lo scorfano deve essere cotto ma non disfatto, la carne deve cedere dolcemente ma mantenere la propria integrità. Se il brodo è ancora troppo liquido, alzo la fiamma per un minuto o due, proprio al termine della cottura. Mi piace che ci sia equilibrio: un piatto non deve essere né un brodetto né una pasta asciutta, ma un perfetto equilibrio tra pesce, salsa e umidità.
Il servizio e il significato di un piatto senza tempo
Trasferisco il tutto in una ciotola di ceramica, preferibilmente di quelle antiche, coperte da uno smalto ruvido e accogliente. Aggiungo al momento un filo di olio extravergine e, se voglio essere generosa, un pugno di prezzemolo fresco tritato al coltello. Accompagno con pane toscano o focaccia ligure, per intingere nel brodo e assorbire tutto il sapore di mare che si è depositato lì.
La ricetta dello scorfano in umido non è cambiata da decenni, e questo mi rassicura. In un mondo dove le cose si trasformano veloci, dov'è facile perdersi dietro alle novità, c'è qualcosa di profondamente rassicurante nel sapere che sto cucinando esattamente come mia nonna, come le donne della Riviera prima di me. Lo scorfano in umido è rimasto uguale perché è già perfetto, perché contiene in sé tutto quello che serve a una ricetta per diventare immortale: semplicità, rispetto per l'ingrediente, e la consapevolezza che la vera cucina è quella fatta con amore, quella che racconta storie di genti e di mari.

